14. I FANTASMI DI OL MORAN

All’alba di giovedì mattina accesi il vecchio motore diesel nel silenzio della Farm, disturbando il canto degli uccelli più mattinieri e il gracidare delle rane arboricole. Il sole cominciò a sorgere dalle colline dell’est e una nuova luce fece germogliare ogni elemento della superba natura di Laikipia. Stormi di ali piccole e grandi solcavano il cielo rosa e ambra dell’alba, sbizzarrendosi in forme fantasiose dalle perfette geometrie. Gli uccelli migratori percorrevano migliaia di chilometri, affrontavano insidie e insormontabili fatiche, solo per deporre le uova nel luogo in cui erano nati: la loro meta era la loro origine, affinché il ciclo della vita potesse ricominciare. Le sensazioni, il mutare delle stagioni, gli odori della natura, le pietre miliari del paesaggio, il sole, le stelle e la luna guidavano i loro viaggi, senza paura.
Come un erbivoro imbizzarrito che si affannava a raggiungere il branco perduto, percorsi in macchina da solo le piste impervie del Laikipia Escarpment, i sentieri appena tracciati nella savana resi fangosi dalle ultime piogge, gli stessi che Dino aveva attraversato innumerevoli volte. Non avevo chiuso occhio né toccato cibo dalla sera prima, da quando gli occhi della piccola April avevano sconquassato la mia vita, gettandomi nell’irrequietudine dei ricordi più intimi e remoti, tra le pieghe dell’oblio.

A soli quarant’anni la sua pelle era già incartapecorita per il troppo sole di montagna. Pur amando suo marito, non aveva voluto dargli dei figli. La sua voglia di vivere si era inceppata undici anni prima, a causa di una brutta caduta sugli sci; all’ospedale di Agordo, aveva scoperto di essere incinta solo quando i medici le avevano comunicato di aver perso il bambino. Da quel giorno la professoressa di scienze aveva scelto di evitare altre gravidanze. In seguito all’incidente, che oltre all’aborto le aveva procurato una frattura della mandibola, si era abituata a vivere con un perno di metallo inserito nella faccia; ogni qual volta entrava in una banca, come in un film comico, i metaldetector suonavano e lei si vedeva sempre costretta a fornire ai vigilantes imbarazzanti spiegazioni. Con i suoi studenti era disponibile e paziente, ma avara nei voti; loro per contro la chiamavano perfidamente ‘mascella di ferro’ o ‘schiaccianoci’. Occupava la cattedra della classe prima del liceo artistico di Belluno nel 1988, quando con l’ausilio di un testo illustrato e di alcuni disegni alla lavagna, spiegò ai ragazzi la teoria genetica di Mendel e le modalità di trasmissione dei caratteri: caratteri recessivi e dominanti, piselli gialli e verdi, occhi azzurri e castani. Io sedevo tra i banchi di quella classe. Avevo quattordici anni e mai prima di allora mi era balzato per la mente il dubbio di essere un figlio adottivo. Le parole della schiaccianoci sulla trasmissione del colore degli occhi mi trafissero come una freccia avvelenata di sospetto. Al termine della lezione, sperando di non aver ben compreso, presi coraggio e mi avvicinai alla cattedra, chiedendole se gentilmente poteva ripetermi quel passaggio sul colore degli occhi. Lei colse il mio stato d’animo turbato, forse intuì cosa mi rodeva, e così mi rispose a voce bassa, con la massima discrezione: “Il colore castano è un carattere dominante: non può nascondersi nei geni di una persona che manifesta un carattere recessivo. Se un individuo porta nei propri cromosomi il gene del castano, avrà per forza gli occhi castani. Chi ha gli occhi chiari, possiede solo geni per gli occhi chiari, e può trasmettere soltanto quelli ai suoi figli. Due genitori con gli occhi castani possono avere un figlio con gli occhi azzurri o verdi, ma da due genitori con gli occhi chiari non nascono figli con gli occhi scuri. Naturalmente, Merlin, è solo una teoria: le conoscenze che abbiamo oggi possono essere smentite un domani. E’ gia successo molte volte nella storia della scienza.”
Come molti bellunesi, Gigi e Bianca avevano entrambi i capelli biondi e gli occhi celesti; io avevo i capelli biondi e gli occhi castano scuro. Solo allora mi resi conto di non somigliare minimamente ai miei sedicenti genitori. Il diktat di Mendel e dell’autorevole professoressa mi divorarono tanto da rendermi disattento, evasivo e taciturno. Rifiutai ogni senso di responsabilità e il mio rendimento scolastico precipitò, anche se nessun adulto seppe spiegare il perché. Accettata per forza l’ipotesi di essere stato adottato, iniziai a fare domande in casa, ma ricevetti in cambio solo dei categorici no intrisi di imbarazzo. Bianca, col suo temperamento repressivo, mi disse che certe cose non le dovevo nemmeno pensare, mentre Gigi più bonariamente sentenziò sorridendo: “Perché porsi troppe domande sulla vita? Accettiamo quello che abbiamo.” Un’affermazione che non mandai giù. Divenni scontroso e irritabile. Frugai nei cassetti, tra gli oggetti personali di quelli che non sapevo più se chiamare mamma e papà, alla ricerca di indizi che mi conducessero alle mie origini: una ricerca disperata e solitaria che diede un qualche senso alla mia esistenza di adolescente confuso, ma che mi sottrasse allo studio, facendomi collezionare una sfilza di pessimi voti. In seconda liceo fui bocciato e, negli anni seguenti, il meglio che ci si poteva aspettare da me era la promozione per il rotto della cuffia agli esami di riparazione di settembre. Ma la scuola era una faccenda che non mi toccava minimamente: nulla aveva importanza per me, tranne scoprire la mia identità.
A sedici anni ebbi l’idea di andare a far visita alla vecchia levatrice del paese, una zitella novantenne che viveva nella borgata di Tancon. Si chiamava Monica, detta la Mena. Girava tutta vestita di nero, con un fazzoletto in testa da vecchia donna della Pieve, il volto appesantito dal tempo e dagli spessi occhiali con montatura retrò, il corpo di quaranta chili consumato dagli anni, la mascella deformata dalla dentiera che da troppo tempo ormai giaceva nel cassetto. A Forno era ben nota nel bene e soprattutto nel male. Fino a pochi anni prima, quando una donna entrava in travaglio arrivava lei. Non usava attrezzi, solo le nude mani, e comune filo da pesca per ricucire al meglio le lacerazioni. Non sapendo e non potendo praticare cesarei, la sua maniera era quella di estrarre il nascituro sempre per via naturale, non importava a quale costo in termini di sangue e di dolore. Molti bambini del paese erano nati di color verde bottiglia e deposti sotto un cuscino di piume per riprendersi col calore, mentre la Mena si affannava a fermare le emorragie per salvare le giovani madri esangui. Alcune di loro morivano di febbri puerperali, a causa delle sue scarse precauzioni igieniche. Talvolta, il travaglio si protraeva più del dovuto, fino a due o tre giorni, ma la Mena tentava in tutti i modi di cavarsela da sola, premendo con le ginocchia sulla pancia della partoriente. Solo quando la puerpera perdeva i sensi, allora la levatrice si arrendeva e spingeva il marito di turno a cercare il dottore: a qualunque ora del giorno o della notte, all’improvviso, talvolta si vedevano per strada giovani uomini in mutande o in ciabatte correre a piedi, terrorizzati, verso la casa del medico, urlando e supplicando aiuto. Anche le bambine temevano la Mena e, una volta cresciute, ricordavano per tutta la vita il suo nome e i suoi modi. Era lei, infatti, l’addetta a bucare le orecchie, come tradizione voleva, appena compiuto il primo anno di età. Di solito i lobi si infettavano a tal punto da rigettare gli orecchini. Mena fasciava strette le gambe delle neonate, riducendole a larve immobili, e appena cominciavano a camminare, spesso in ritardo a causa dei muscoli atrofizzati dalle fasce, bucava loro le orecchie con un grosso ago da lana non sterilizzato. Sebbene meno truculenta della clitoridectomia, era pur sempre una sorta di iniziazione. Certe bambine piangevano dal dolore fino all’affanno. Finalmente resa innocua dall’età e dalla parlata gengivale a malapena comprensibile, la Mena conservava comunque una memoria lucidissima. Senza ombra di esitazione, e con quel gusto del pettegolezzo delle donne dei piccoli paesi, mi spifferò che Bianca non era mai stata incinta: che non solo non l’aveva fatta partorire, ma che non l’aveva neanche mai vista col ventre gravido. “Sei saltato fuori all’improvviso, come se ti avessero raccolto in mezzo al bosco e portato a casa nella cesta per i funghi” mi disse, spiegando che il parroco aveva imposto alle donne di non fare troppe domande: qualcosa di misterioso era accaduto, qualcosa che era meglio non si sapesse. In paese si vociferava che Gigi avesse avuto una relazione illegittima con una donna di un’altra valle e che il pargolo fosse il frutto naturale del peccato. Ma rovistando fra le cose di Gigi e Bianca, non trovai prove o agganci per dimostrare l’ipotesi della tresca extraconiugale. A catturare la mia attenzione fu solo la fitta corrispondenza con un giovane missionario trentino di nome Dino Moser, che lavorava in Kenya per conto della diocesi di Padova; Gigi e Bianca erano assidui benefattori della sua missione. Le brevi lettere di padre Dino, che a parte i vivi ringraziamenti per il denaro ricevuto non contenevano nulla di significativo, iniziavano nel 1974, il mio anno di nascita, e presentavano una certa continuità nel tempo. La cosa inevitabilmente mi incuriosì. Ricordai anche il giorno in cui egli ci aveva fatto visita in casa nel 1978. Forse quel prete poteva rivelarmi qualcosa del mio passato e dei miei genitori biologici. Padre Dino proveniva dalla Val Vanoi. Forse conosceva la presunta amante di Gigi, la donna dell’altra valle di cui parlava la Mena? Forse era un suo parente? Le mie contorte elucubrazioni proseguirono per mesi.
Finché un giorno rinvenni il mio certificato di nascita datato 11 marzo 1974, con il timbro dell’ospedale e del comune di Agordo. Mandai a farsi fottere la Val Vanoi, padre Dino, la Mena; dimenticai Mendel e la mandibola d’acciaio. Mi convinsi che probabilmente nessuno aveva fatto caso alla gravidanza perché mia madre era di corporatura molto minuta e, per il troppo tempo passato sui quaderni o per timore di mostrare il seno, camminava sempre con la schiena ricurva. Ripresi ad interessarmi della scuola e degli amici; presto arrivò il tempo del diploma, degli studi universitari, delle ragazze, delle feste veneziane e della tesi di laurea. Mi avvicinai alle religioni antiche, all’alchimia, alla psicologia del profondo e alle filosofie orientali. Venezia era una città aperta, un supermarket di spiritualità a prezzi ragionevoli. Vi si trovava di tutto un po’: corsi di meditazione theravada, sedute zen, ritiri spirituali in monasteri cattolici all’interno di isolette sperdute, fiori di Bach, esercizi di levitazione, corsi di disegno di mandala tibetani, esercitazioni di kabala e di tarocchi, schiere di studentesse attempate ai piedi di professori noti maestri massoni, passeggiate sui carboni ardenti, psicoterapie junghiane di gruppo in pizzeria, ufologia con tanto di racconti sui propri personali avvistamenti, letture della mano sugli scalini di una chiesa, studi sulle proprietà curative delle gemme, erboristi da retrobottega sedicenti alchimisti reincarnati, antiquari sufi trafugatori di tombe, satanismo soft misto ad imprecisate suggestioni dionisiache, orge di sesso pseudotantra negli alloggi universitari. La mia era quella sete di conoscenza di chi scava pozzi superficiali un po’ ovunque, senza mai raggiungere una falda profonda cui dissetarsi pienamente. Nuovi orizzonti culturali mi si spalancarono davanti, affascinanti quanto inutili, visto che da ebbro fruitore di sapienze esotiche ed esoteriche subito dopo la laurea finii a fare lo scribacchino di cronaca locale, che nel bellunese significava centauri austriaci spiacciati sulla fiancata di una montagna, sciatori della domenica con le ossa fracassate contro un albero, qualche frana o straripamento di torrente, ma soprattutto interminabili consigli comunali in cui volavano gli insulti per una fontana non ripulita, per un lampione rotto o per una lottizzazione di due appartamenti. Imparai a convivere con la noia, a distinguere una delibera da una determina, un bando da un concorso, una mozione da un’interrogazione, un progetto preliminare da un progetto esecutivo; diventai un esperto di piani regolatori, valutazioni di impatto ambientale, appalti e subappalti. Assessori e consiglieri di opposizione mi chiamavano sul cellulare alle undici di sera per allertarmi che un tombino puzzava più del solito o che un Ape aveva preso una buca e riversato del letame sulla strada.
A Venezia avevo incontrato l’Africa solo negli ambulanti senegalesi che stendevano le loro lenzuola di borse e cinture contraffatte ai piedi della gradinata della stazione, pronti a fare fagotto non appena avvistavano una ronda di sonnolenti vigili urbani a piedi. Eppure il Kenya non mi era uscito dalla testa. Poco a poco, aveva preso corpo in me l’idea che l’attrazione per l’Africa altro non fosse che la nostalgia per qualche vita passata, il richiamo di una o più anime affini, anche se non sapevo ancora a chi appartenessero. Negli anni, di menzogne me ne erano state raccontate tante e ci ero sempre cascato, come una mosca sulla ragnatela. I fatti mi erano accaduti sotto il naso senza che io ne individuassi il senso. Proprio come in quell’aula di biologia, mi sentivo un asino da ultimo banco.

Giunto a destinazione, mi accolse un vento funesto. A parte le poche baracche del villaggio, dove aveva sede qualche motel, l’ufficio del viceprefetto e lo striminzito mercato, Ol Moran era solo un insieme di capanne disseminate nel vuoto della pianura.

Non esistevano strade asfaltate. Ampi lotti di terreno giacevano incolti da anni, per l’irregolarità delle piogge e per la paura delle ritorsioni Samburu; molti Kikuyu si ostinavano ad attribuire ai pastori tutta la responsabilità delle violenze del passato. La terra ferita fumava ancora dei fuochi del 1998 e il suolo dal profondo evaporava un odore di sangue e di morte. Un sole limpido e spietato accentuava ogni percezione sensoriale e ogni traccia visibile della tragedia consumatasi anni prima. Come di consueto nella savana, tante persone sbucavano dal nulla alla vista di un muzungu; sembrava che la gente vivesse nascosta tra le sterpaglie o sepolta nei buchi della terra.
I bambini non vedevano altre facce bianche che qulle dei missionari e quel giorno pensarono che padre Dino fosse tornato da loro. Tra le grida allegre che rincorrevano la mia auto, ebbi l’impressione di udire le parole Kikuyu, per me impronunciabili, con cui i nativi del posto chiamavano Dino: “Colui che ha potere sull’acqua.” Ma l’acqua di Ol Moran aveva ripreso il suo corso, senza controllo. La presenza di Dino era scivolata via come il vento tra l’erba secca, come la pioggia sulla terra arida, come un unico, disperato grido di rabbia nel silenzio che perdurava da tempi remoti. Sembrava che nulla fosse rimasto di lui e dei suoi tanti anni di appassionato lavoro. I due bacini idrici erano stati abbandonati a se stessi dopo l’omicidio; l’impermeabilizzazione aveva ceduto, l’acqua era evaporata o si era infiltrata nel suolo. Le canalette irrigue erano scomparse tra gli stecchi d’erba bruciata. La terra era una distesa di crepe, una pelle disidratata per l’arsura, piatta e sconfinata, dove i quattro orizzonti apparivano così lontani che l’occhio umano perdeva il senso della profondità dello spazio, scrutando il paesaggio a due sole dimensioni. Due pecore rachitiche brucavano alcuni germogli bruciati dal sole sul fondale del laghetto prosciugato; lungo la sponda a sud, all’ombra, restava una pozza di fango scuro e fetido, dove si abbeveravano i corvi e di tanto in tanto veniva avvistato un leopardo. Ol Moran era infestata dai fantasmi. La desolazione regnava sovrana. Incontrai ragazzi mutilati, giovani ai quali la violenza etnica del ‘98 aveva mozzato una mano, affinché non potessero più lavorare nei campi; altri ai quali era stata amputata una gamba, perché irrimediabilmente colpita da schegge di mitra. Vidi bambine appena adolescenti che, stuprate e sopravvissute, vagavano come zombie con appresso i loro figli di sei anni, catatoniche e afasiche, come se il loro sviluppo cerebrale si fosse fermato a quella tragica notte.
Di fronte a quelle ragazze spersonalizzate e scarnificate della propria dignità, sotto il sole a picco di settembre prossimo allo zenit, una spaventosa allucinazione si impossessò di me e non seppi soffocarla. Mi si delinearono davanti dei bambini a forma di radice arancione ruvida, simili a carote sporche di terra, privi di vita come i manichini dei quadri di De Chirico, avvolti in una luce irreale e inquietante. Non avevano né occhi, né labbra, né naso. Nella chiesa cattolica di Ol Moran si affollavano coristi in giubilo, uomini in smoking e donne vestite di pizzo e veli bianchi da sposa. Tutti insieme iniziarono a cantare ed io mi sentii fuori posto, perché indossavo l’abito di tutti i giorni. Il disagio lievitò e mi parve di soffocare tra i veli. Scappai verso lo spazio aperto, tra le acacie spinose della savana, aprendomi un varco tra le ampie stoffe bianche e le gonne di tulle. Ma una volta uscito dalla chiesa, i miei occhi inorridirono alla vista di uno spettacolo agghiacciante. Moltissime di quelle donne vestite di bianco mi attendevano nel sagrato, sdraiate sull’erba arsa dal sole, svenute o affannate per il troppo caldo e l’affollamento; avevano la pelle bianca come bambole di porcellana, e un buco al posto della faccia. Giacevano accatastate come manichini rotti, una sopra l’altra, in maniera scomposta, con gli abiti stropicciati e la pelle di ceramica lucida, trasmutate dai loro originali lineamenti negroidi. Oggetti anonimi e senza respiro, pietrificati, immobili, morti prima di ricevere aiuto. Dei loro volti non rimaneva più nulla, né occhi né espressione: solo una grande bocca rotonda, un buco vuoto e nero, con attorno appena un cenno di sottili labbra rinsecchite e disidratate, simili a quelle di un pesce spiaggiato. La vita, crudele Medusa, le aveva abbandonate e congelate mentre chiedevano aiuto e gridavano, mendicando cibo od ossigeno. E nessuno dentro la chiesa, nel chiasso degli inni festosi, le aveva sentite o si era curato di loro. Colto dal terrore, fuggii di corsa. Mi tuffai nello stagno infangato, le narici mi si riempirono di melma, nuotai più in fretta possibile verso l’altra sponda, ma le mie gambe si impigliarono nel pantano, mentre i manichini morti e affamati di cibo, di aria e di amore si tuffarono per inseguirmi, nuotando come pesci. Non c’era modo di riempire quei buchi vuoti, mentre sull’acqua torbida rimbalzavano gli indifferenti canti di giubilo della chiesa. Non c’era posto sicuro in cui nascondermi, né in terra né in acqua: ovunque fossi fuggito, quel vuoto terrificante mi avrebbe accompagnato.
Quando finalmente mi disincantai dalle orrende immagini della mente, mi accorsi di trovarmi in piedi di fronte alla porta della scuola elementare, con la camicia fradicia di sudore, mentre decine di piccoli alunni Kikuyu in coro intonavano per me una sgraziata canzone di benvenuto.

Tra i bambini che spalancavano le enormi bocche, non per chiedermi cibo ma per cantare, si fece largo un uomo esile, di media altezza: un tipo comune, vestito in vecchi pantaloni di lana grigi e un pullover nero pieno di buchi e macchie di grasso. Aveva la pelle levigata e un sorriso disteso; i suoi denti bianchi e perfetti indicavano che di famiglia stava bene e che la sua alimentazione era completa. “Karibu” esclamò, portandosi la mano sul petto e abbassando il capo in segno di riverenza. “Il mio nome è Ekiru.”
Non potei certo dire di averlo cercato; tutta Ol Moran, la sua gente, i suoi bambini e i suoi fantasmi, mi avevano condotto da lui.

Ekiru era un insegnante elementare di mezza età che, a causa delle vicissitudini del destino, era stato costretto a trascorrere gli anni della fanciullezza lontano dal proprio villaggio natìo. La sua famiglia, infatti, cadde in disgrazia durante un anno di carestia e fu costretta ad abbandonare momentaneamente la propria terra in cerca di sopravvivenza, trovando ospitalità un villaggio turistico alle pendici del monte Kenya e lavorando alle dipendenze di un gruppo di Indiani proprietari di un’agenzia di trekking. Ekiru e i suoi fratelli, da adolescenti, divennero guide turistiche per gli alpinisti wazungu che si avventuravano nella montagna sacra. I loro genitori, da gran risparmiatori, dopo qualche anno poterono far ritorno a Ol Moran e riprendere in mano la shamba abbandonata. Assieme ai due fratelli maschi, Ekiru studiò all’università di Nakuru, dove conseguì una laurea in matematica e fisica. La sua istruzione fu eccellente: la laurea scientifica, la perfetta conoscenza del Kiswahili e dell’Inglese, l’apertura mentale della gente della savana del nord cresciuta negli ampi spazi sospesi tra il sole e il vento, e la filosofia di vita appresa dai suoi padroni hindu, originari dell’India del nord e di credo sivaita. Ekiru era un giovane intuitivo e brillante, capace di adattarsi a meraviglia in tutte le situazioni. Dopo la laurea, gli venne subito offerto un posto di assistente all’università, che egli accettò con onore per un solo semestre, rifiutando però di rinnovare il vantaggioso contratto per tornare al proprio paese. A Ol Moran gli anziani gli assegnarono la cattedra di maestro della scuola elementare. In vent’anni educò intere generazioni di piccoli Kikuyu, insegnando loro a leggere, a scrivere, a pregare nel rispetto del credo altrui, ad amare l’erba e ad ascoltare il respiro dei sassi. Attraverso il gioco, la scoperta e il sorriso, spiegò a migliaia di bambini come trovare il proprio posto nel cerchio magico del mondo. Non adoperò mai metodi educativi violenti: le mamme del villaggio lo stimavano come l’unico maestro che non faceva uso del bastone. La sua scalata sociale fu rapida perché ampiamente sostenuta dall’intera comunità. Muanake, giovane guerriero, poi muthuri, uomo sposato e padre di famiglia, Ekiru prese in moglie una ragazza del posto, Corinna, che gli diede sette figli, quattro maschi e tre femmine, tutti prodigiosamente sopravvissuti alle carestie, alla siccità, alla malaria, al dengue, alla violenza etnica e agli altri flagelli che col passare delle stagioni martoriarono le sperdute terre di Laikipia del nord. I sette figli di Ekiru e Corinna crebbero sani e svegli: ora, grazie a varie sponsorizzazioni, studiavano tutti al liceo o all’università di Nakuru, tranne la più piccola di dodici anni, che frequentava ancora la scuola media del posto. Ekiru era entrato a far parte del kiama, il consiglio degli anziani, nel giorno del suo ventiseiesimo compleanno; da allora aveva sempre lavorato a fianco del capo villaggio. A soli trentadue anni era stato ammesso al consiglio segreto dello njama, assumendo lo status di medicineman buono e compassionevole, nonché di circoncisore. Insegnante per vocazione, Ekiru si occupava dell’educazione dei neofiti nei mesi che precedevano il rituale iniziatico. Sulle pendici del monte Kenya, aveva appreso alcuni principi basilari della medicina ajurvedica e, studiando le proprietà medicamentose delle piante autoctone e importate, aveva imparato a curare le febbri malariche con gli infusi di eucalipto e a contenere l’anemia falciforme con le foglie di artemisia, pur prediligendo aspirine, antibiotici, chinino e integratori di ferro se disponibili (purtroppo di rado a Ol Moran). Insomma, non era il tipo di medicineman prestigiatore che tagliuzzava i corpi dei malati estraendo frattaglie di pollo. Grazie alle sue amicizie tra gli hindu, Ekiru aveva compreso le grandi strutture universali celate nella pluralità delle religioni del mondo. Da anni insegnava ai giovani Kikuyu come ogni nuova vita fosse obbligatoriamente preceduta dalla morte. Rudra Siva, il rosso, l’iracondo, il Dio terribile mangiatore di uomini, stupratore di donne e rapitore di bambini, il grande distruttore, con il suo passaggio funesto annunciava la nuova creazione del mondo. L’intero cosmo era il suo corpo e la sua perpetua danza scandiva il divenire; danzando, Siva assumeva tutte le forme dell’immaginazione, originando gli esseri dell’universo. Allo stesso modo, ‘Ngai sputava il proprio fuoco d’ira e di vendetta dalle bocche della montagna sacra, distruggendo ogni forma vivente; ma le pietre infuocate col tempo si raffreddavano, la rabbia di Dio si placava, la lava spenta e nera diventava un ottimo fertilizzante per la terra, la vita sulle pendici della montagna rifioriva e tornava la pace tra la terra e il cielo. Mutevole come Siva, ‘Ngai Nanyoke, il Dio rosso e iracondo, diveniva ‘Ngai Narok, il Dio nero e benevolo.
Per merito delle sue conoscenze religiose e della sua spiccata capacità di dialogare con le altre culture, Ekiru fu presto investito del compito di gestire i rapporti con le comunità vicine: non solo gli indiani e i musulmani del nord, o i somali che attraversavano i deserti di Laikipia con le loro carovane di dromedari, ma anche i predicatori protestanti e i missionari cattolici, che a Ol Moran avevano edificato una chiesa, interagendo pacificamente con la vita sociale ed economica della comunità. Fu così che negli anni ‘80 Ekiru e il giovane parroco, padre Dino, divennero buoni amici; la loro sintonia si rivelò da subito proficua. Fedele alle direttive dello njama, Ekiru ascoltò per anni la filosofia religiosa dell’amico muzungu, finché il capo del villaggio acconsentì il catechismo, l’evangelizzazione e il battesimo per i membri della comunità che desideravano vedere nel Cristo dei wazungu un nuovo segno di speranza. Finché, dopo quasi vent’anni di intenso lavoro e tante battaglie sociali combattute insieme, quando ormai padre Dino e la sua fedele compagna Wilma erano prossimi a lasciare la parrocchia di Ol Moran, lo njama prese la decisione che Ekiru auspicava da tempo: Dino fu invitato a divenire parte attiva della comunità Kikuyu non più come muzungu, dallo status sociale rispettato e pur sempre estraneo, ma come muanake. Egli accettò con entusiasmo, si sottopose alla preparazione necessaria con costanza e sopportazione, e nella primavera del 1994 il controllore dell’acqua venne iniziato direttamente al cospetto del consiglio segreto, del quale entrò a fare parte di diritto.

“Karibu” ripeté Ekiru. “Dalla spiga di mais alla pietra, dalla pecora allo sciacallo, dall’umile agricoltore al più saggio tra i saggi, tutta Ol Moran è malata. La vita nasce nell’acqua. Le piante e gli animali sono fatti d’acqua. I pesci e gli uccelli depongono uova che contengono acqua e le donne portano un uovo d’acqua dentro di sé per nove lune. L’acqua serve a nascere e a vivere, nessuna forma di vita si mantiene senza assorbire acqua. Colui che aveva potere sull’acqua custodiva la conoscenza dei processi e degli equilibri necessari a elargire e mantenere la vita. Colui che aveva potere sull’acqua se n’è andato. E’ morto da muanake, difendendo la sua famiglia. Ora riposerà da muthuri e deporrà le armi del guerriero, perché un figlio combatterà al suo posto. Ti abbiamo aspettato per lungo tempo. Ora è giunto il momento. Le piogge abbondanti cadute a sud dei giorni scorsi hanno annunciato il tuo arrivo. Karibusana a colui che riporterà l’acqua.”
Alla parola acqua, mi accorsi che centinaia di persone, uomini e donne, vecchi e ragazzi, si erano accalcati attorno alla jeep; dopo aver aperto le portiere e il bagagliaio, in molti erano saliti all’interno per perlustrare ogni angolo dell’abitacolo. Urlavano, alzavano le mani al cielo e sembrava che imprecassero, scambiandosi l’un l’altro nervosi messaggi in Kikuyu. Qualcuno riuscì a gridare in Inglese: “THE TREES!”
Due giovani iniziarono a strattonarmi, pretendendo qualcosa di ben preciso: “The trees, where are the trees?” I Kikuyu di Ol Moran chiedevano alberi: ma che volevano da me?
Sebbene intontito dal sole e dall’insolita situazione, poco a poco cominciai a capire. La comunità aveva bisogno di un simbolo, di un uomo prodigioso e trainante, di un nuovo capo bianco che prendesse il posto di garante dell’ordine cosmico, dando continuità al ruolo sociale che era stato di Dino. I Kikuyu si aggrappavano a me per il ripristino della prosperità della loro terra e, avide bocche fameliche, chiedevano, chiedevano a tal punto che sarebbero stati capaci di mangiarmi vivo. Si erano fatti un’idea piuttosto precisa del loro Dino Junior, che per anni aveva guidato il progetto di riforestazione di Nyahururu. Gli alberi avrebbero contrastato l’avanzata del deserto, sconfiggendo siccità e carestie; gli alberi avrebbero riportato l’acqua. Realizzai di aver commesso un errore fatale recandomi a Ol Moran senza portare in dono delle piante, deludendo le aspettative di quella gente disperata e bisognosa di un nuovo sciamano a cui affidarsi.
Due donne anziane tesero verso di me i palmi bianchi delle loro mani ossute, supplicando con voce roca: “Land! Land! Father Dino, land!”
“Quale terra?” chiesi stordito.
“Nei tempi della paura, i contadini perdevano la terra” spiegò Ekiru. “Father Dino si incaricò di custodire i certificati di proprietà terriera, affinché nessuno potesse rubarli o manometterli. Senza quei documenti, coloro che si fidarono di lui perderebbero le shamba non appena i potenti volessero prendergliele, perché non potrebbero rivendicarne la proprietà. Dove sono, dunque, i certificati?”
Io non ne sapevo niente di niente. “Perché lo chiedete a me?”
“Nessuno alla missione sa. Solo father Dino. Egli nascondeva i certificati in un luogo segreto, senza avvalersi dell’aiuto dei suoi amici: per questo egli soltanto ha perso la vita.”
A maggior ragione, perché avrei dovuto saperlo io? Dino era sempre stato fin troppo protettivo con me, premurandosi di tenermi ben lontano dai suoi giochi, e ora sapevo che la sua non era stata solo paura per l’ira di Dio che l’ansiosa e ansiogena benefattrice di nome Bianca gli avrebbe riversato addosso se solo mi fosse capitato qualcosa. Mi guardai intorno, tra le grida e gli strattoni, mentre le gambe cominciavano a cedermi. Dov’era il campanile della chiesa cattolica? Dov’era il mulino a vento che riforniva di energia elettrica la parrocchia in caso di black out? Dov’erano le rassicuranti mura in mattonelle rosse della missione? Che fine avevano fatto le suore in abito bianco e celeste, e quel vecchio ghiottone di father Gio, con la sua pistola scarica, il suo alito terribile e la sua scia di flatulenze? Perché non erano lì a mediare per me, come avevano sempre fatto i missionari durante i miei tre anni di lavoro in Kenya? Non c’era più nessuno. Dino era morto e i wazungu stavano tutti a Nyahururu per il processo, ospiti nelle confortevoli bungalow della Farm; a quell’ora probabilmente avevano appena finito di consumare la succulenta colazione preparata da sister Wilma. Non c’era nessun occidentale a prendere le mie difese e a tradurmi le intenzioni dei Kikuyu. Per la prima volta nella vita mi trovavo solo nel cuore affamato dell’Africa nera, in mezzo agli indigeni privi di controllo: gli africani liberi e selvaggi, incuranti delle morali importate, impetuosi come i bambini, che con la loro spontanea istintualità per secoli avevano alimentato il pregiudizio nella mente dell’uomo bianco. Mi scoprii in balia di quello stesso pregiudizio che da sempre avevo rigettato e la paura del diverso mi attanagliò la gola mozzandomi il respiro. Compresi senza ombra di dubbio di non avere alcuna speranza di sopravvivere, che i Kikuyu non mi avrebbero perdonato l’affronto di aver tradito le loro aspettative. Mi arresi alla suggestione, al terrore e al sole torrido di settembre che picchiava sulla pianura. Stramazzai al suolo. Calpestato dagli uomini selvaggi, con le narici mortificate dalla polvere rossa dell’Africa, fui risucchiato in una gola montana, una strettoia angusta simile al canale del parto. Il re malato degli antichi testi alchemici studiati all’università esalò l’ultimo grido di aiuto prima di affogare nella latenza, mentre l’acqua evaporava e le terre gli inaridivano intorno, ingoiate dal mostro trattenitore della vita. Il re sole divorato dal leone verde del mercurio soffocò nel grembo oscuro del mondo, nell’abbraccio della natura, madre di animali venefici: serpenti, iene, avvoltoi, mangiatori di carogne, portatori di morte e di malaugurio, si accalcavano su di me.

Quando riaprii gli occhi, la desertica Ol Moran era scomparsa. Mi ritrovai adolescente, a girovagare per le viuzze di Colmean, un grazioso borgo di tabià al margine del bosco sul pendio delle Cime d’Auta, a pochi chilometri dal mio paese. Era la fine di novembre. Rientrato dal liceo di Belluno in corriera, ero salito a piedi fin lassù, per non tornare subito a casa. Intendevo fare due passi al buio, sulla neve ghiacciata, pensando alla genetica e ai piselli di Mendel. Avevo quattordici anni e la mia mente sprofondava nella confusione. Al bar di Colmean mi scaldai con due grappe alla genziana, forse tre, e mi venne mal di testa: il primo mal di testa della mia vita. Passeggiando solo nel buio, sotto le chiome degli abeti rossi, vidi un paio di guanti color carne sul sentiero, abbandonati tra i cumuli di neve. Avvertii un colpo sordo nel petto quando mi accorsi che quelli non erano guanti, ma un paio di mani: le mie mani, staccate e inerti, lì per terra. Mi corse incontro una persona piccola e buffa, uno gnomo vestito da folletto, una sorta di messaggero: “Sei in pericolo!” mi avvisò. Intendeva un gravissimo pericolo di morte ed io captai il presagio. Corremmo insieme giù per il pendio, fino a fondovalle, a Forno di Canale. Ma il paese era cambiato. Non c’erano più i tabià, le fontane, i lavatoi, e non c’era la neve di novembre. Il tutto aveva ceduto il posto ad un sinistro villaggio tribale, dove dei primitivi seminudi e mascherati di piume variopinte, bardati a festa, ci accolsero con sfrenate urla rituali, innalzando al cielo le proprie lance. Il folletto messaggero si dileguò. Io mi feci coraggio ed entrai nella casa dei miei genitori, per capire cosa ne sarebbe stato della mia vita: ero forse io la vittima prescelta per il sacrificio che quei selvaggi stavano per compiere? In cucina, al posto della stube e dei mobili in abete bianco, scorsi solo un tavolaccio rettangolare di legno grezzo, ruvido e scuro. Attorno a quell’altare sacrificale, simile ad un mattatoio, sedevano diverse persone del paese, per lo più vecchi, che mi fissavano nel buio con occhi profondi come caverne, senza dire una parola. A capotavola, mi aspettava in piedi un essere spaventoso: un uomo con gli occhi bianchi da cieco, coperto da un mantello viola scuro, con la faccia integra soltanto nella parte destra, e la metà sinistra spellata, rossa del sangue dei muscoli facciali e dei tendini scoperti. Stringeva in mano qualcosa, che esibì tendendo il braccio verso di me e schiudendo il pugno: le mie mani. Il mostro sogghignò, subdolo e spiazzante. Rise di goduria, con i denti larghi e cariati, mentre se ne stava lì, immobile in piedi, a mostrarmi come reggeva in pugno le mie mani. All’improvviso, venni sobbalzato sulla cima di un monte brullo, una rupe desertica di Laikipia del nord, coperta di polvere e di sabbia. Gigi, un’immagine molto giovane di Gigi vista solo in fotografia, vestito in pantaloni chiari e camicia celeste, si gettò nel precipizio. Cadde a terra, si ferì al volto, ma subito dopo si rialzò. E la scena si ripeté, ricominciando daccapo ancora e ancora, come in un circolo vizioso da girone infernale. Gigi cadeva sempre con lo stesso lato del viso, con la metà sinistra: si feriva, si spellava orribilmente, ma non moriva mai. Sempre si rialzava per risalire sulla rupe e gettarsi di nuovo. Io non riuscivo a staccare gli occhi dal precipizio, paralizzato dall’orrore: ogni volta temevo che per mio padre fosse la fine, ma non era così. A morire era solo io, mangiato vivo pezzo dopo pezzo: io che restavo incollato a guardare ciò che mi divorava, senza poter fare nulla, perché non avevo più le mani.

Quella del divoratore di mani non fu la sola allucinazione che dovetti sopportare. Dal mattino del mio arrivo a Ol Moran, per sei giorni non mi venne più portato cibo. Mentre giacevo privo di sensi, fui spogliato di tutti i vestiti e condotto in una capanna buia costruita con pelli di vacca, dove rimasi ostaggio dello njama, protetto dal freddo della notte solo da una sottile coperta di lana rossa. A pochi passi dalla capanna, sgorgava una fonte d’acqua pulita, un luogo sacro ai Kikuyu, brulicante di piante verdi e di insetti dalle ali colorate. Le privazioni sensoriali, unitamente all’infuso di erbe blandamente allucinogene che Ekiru mi portava all’alba e al crepuscolo come unica forma di sostentamento, mi fecero dimenticare la cognizione del tempo e dello spazio così come li avevo immaginati nei miei primi trent’anni di vita. Ben presto non fui più in grado di distinguere i confini della realtà: ero fatto della stessa sostanza di cui erano fatti i sogni e la mia misera vita si abbandonava al sonno come l’acqua dolce al letto di un oceano. Fluttuando in un limbo di coscienza alterata, ridotto ad un impreciso essere aereo mai nato e mai morto, osservai con assoluta impotenza l’ambiente circostante fondersi con il mio corpo. Le foglie di acacia e gli stecchi spinosi divennero un prosieguo delle mie dita; le vibrazioni della mia mente e le trasformazioni del mio organismo, che dimagriva e si disidratava, cominciarono ad essere le mutazioni della natura allo scorrere del giorno e della notte. Gli insetti che aleggiavano attorno alla capanna altro non erano che il ronzio dei miei pensieri. Non mi fu più possibile capire dove finiva il cielo e dove cominciava la terra.